Viviamo in un tempo in cui viene evocata spesso la figura della persona “risolta”. Come se dichiararlo coincidesse con esserlo. Consapevoli. Guariti. Evoluti. La crescita personale, a volte, sembra una linea di arrivo. Una certificazione. Un prima e un dopo. Forse il rischio è trasformare un cammino in un traguardo. E una trasformazione in un’identità. Il mare non è risolto. Il tramonto non è evoluto. Le rovine non sono guarite. Eppure sono complete.
Ho incontrato una parola giapponese che ricorda che ogni passo è un nuovo inizio: “Shoshin.” Significa “mente del principiante”. Restare aperti. Non sentirsi superiori. Non trasformare il proprio lavoro interiore in gerarchia. Come ricordava il monaco e maestro Zen Shunryu Suzuki, tra le più influenti guide spirituali del Novecento: “Nella mente del principiante ci sono molte possibilità, in quella dell’esperto poche.”
Lavorare su di sé è importante. Ma non è una medaglia. Non è competizione. Non è qualcosa da esibire. Ognuno attraversa i propri tempi. C’è chi inizia oggi. Chi inciampa. Chi ritorna. E nessuno è meno degno per questo.
La spiritualità, per me, non è selezione né distanza. Non è purezza esibita. È umiltà. È compassione. È riconoscersi in cammino, sempre. Non esiste un tempo preciso per guarire. Esistono consapevolezze che arrivano, una dopo l’altra. Non come destinazioni, ma come allineamenti.
Forse la vera maturità non è sentirsi arrivati. È restare umani, curiosi, gentili. Restare in cammino. Con la consapevolezza che il sapere non è superiorità, ma presenza.
La crescita non è una vetta da conquistare, ma un modo di camminare.
E tu, stai camminando con la mente del principiante?
*Questo flusso ha preso anche forma visiva, osserva le immagini del suo passaggio.






